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Claudia De Valeri

Claudia De Valeri

Bambini che parlano della morte: cosa vuol dire?

I bambini apprendono abbastanza precocemente che gli esseri viventi non vivono per sempre e che esista, dunque, la morte. Che lo facciano per “esperienza diretta” – attraverso la morte di un animale domestico o una persona cara- o che lo sentano nei racconti di qualcun altro, iniziano ad interrogarsi su ciò che gravita attorno a questo evento misterioso e doloroso

Indice

1. Cosa sanno i bambini sulla morte?

I bambini apprendono abbastanza precocemente che gli esseri viventi non vivono per sempre.

Che lo facciano per “esperienza diretta” – attraverso la morte di un animale domestico o una persona cara – o che lo sentano nei racconti di qualcun altro, iniziano ad interrogarsi su ciò che gravita attorno a questo evento misterioso e doloroso.

Non trovando risposte adeguate, angoscia e paura troverebbero un fertile terreno di coltura: ecco perché è fondamentale capire cosa “realmente” ci stanno chiedendo e fornire risposte semplici, coerenti e veritiere.

2. Per i bambini la morte significa separazione

Nella pratica clinica mi capita spesso di accogliere genitori preoccupati dalle domande dei loro figli sulla morte: “Anche tu morirai come la nonna?” oppure “Quando diventerò un cantante, tu ci sarai? Se muori posso tenerti gli occhi aperti con lo scotch così nessuno se ne accorge e puoi restare con me?”.

Apparentemente discorsi macabri sulla morte, in realtà semplicemente connessi al concetto di separazione che per i bambini significa “diventare grandi”.

Ricordiamo, infatti, che in questa fascia di età i bimbi non hanno un orientamento nel tempo come il nostro, per cui usano e creano riferimenti di grandezza per compiere una stima temporale. Ecco, quindi, che domande come quelle dell’esempio possono essere tradotte come: “Quanto tempo manca a che diventi un cantante/ muoia?” – ovvero- “Diventerò grande quando tu sarai vecchio da poter essere già morto o prima?”.

3. Cosa dire se tuo figlio ti parla di morte

Nessuna preoccupazione, quindi. Anzi, diamo risposte vere e comprensibili (anche spiegando che non esiste una soglia definita per la morte) facendo capire che capiterà di provare dolore ma senza usare metafore, attribuire responsabilità a terzi (Dio l’ha chiamato a sé etc…) né citare emozioni che i bimbi non sanno ancora rintracciare e nominare e che non si stanno provando nel qui e ora.

Usare soprattutto la condivisione emotiva che riconduce alla realtà rassicurante, allontanando la preoccupazione per qualcosa che in questo momento non c’è.

Bambini che parlano della morte: cosa vuol dire?

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