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Maria Grazia Maldarizzi

Maria Grazia Maldarizzi

La fase del “mio”

Fase del “mio”: i 2-3 anni, sono caratterizzati da comportamenti ribelli che fanno parte di una fondamentale tappa evolutiva che porta alla costruzione di un’identità psicologica.

Indice

1. Fase della costruzione di un’identità psicologica

Costruirsi un’identità psicologica significa percepirsi un’entità diversa da altri, con pensieri ed emozioni propri; si è proprio nella fase in cui il bambino o la bambina inizia a costituire il proprio “Io”.

Ha acquisito uno sviluppo cognitivo, emotivo e motorio tale per cui è sempre più in grado di percepirsi come un essere distinto dalle proprie figure di riferimento, dotato di pensieri ed emozioni proprie.

In casa tra fratelli non vi è più pace: litigano, urlano e non riescono a condividere i giochi. Si ascoltano solo frasi come “è mio, non è tuo! Esisto solo io e basta.”

Questo accade in particolare tra i 18 e i 24 mesi perché è la fase dell’identificazione del sé, quella in cui si pensa che tutto il mondo gli appartenga. 

Quindi i vostri figli vi ascolteranno meno, diranno spesso di no, saranno meno obbedienti, vorranno un po’ di tutto e a volte non sanno bene cosa desiderano. Mettono a dura prova la pazienza degli adulti.

2. Fase del “mio”: egocentrismo infantile

Immaginiamo i genitori di gemellini che devono pensare in modo continuo alle giuste strategie per spiegare che talvolta il giochino appartiene si a uno dei due ma è tanto bello condividere.

La fase della crescita in cui il bambino si relaziona al mondo solo attraverso il suo unico punto di vista è denominato dallo studioso Piaget EGOCENTRISMO INFANTILE.

Quando i bambini frequenteranno l’asilo nido o la scuola dell’infanzia, nasceranno i primi contrasti con gli amichetti… oppure al parco saranno gelosi del posto dell’altalena o di qualsiasi altro gioco.

È la fase in cui il bambino deve essere aiutato a migliorare i propri desideri all’interno della vita sociale. Vi sono molte strutture educative che non permettono di portare giochi da casa proprio con la finalità di educare il bambino al saper aspettare, alla pazienza, a sviluppare autocontrollo e rispetto dell’altro. Niente di preoccupante, insomma.

Se immaginiamo di essere stati l’unica persona intorno alla quale erano rivolte tutte le attenzioni genitoriali, possiamo immaginare quanto sia faticoso uscire da questa prospettiva.

Un bambino che cresce con esempi di aiuto reciproco, empatia, cooperazione sarà un bambino che assimilerà presto che ci sono gli altri e bisogna entrare in relazione.

3. Consigli in caso di possesso eccessivo

Nelle istituzioni quali nido e scuole dell’infanzia sono preziosi i momenti cooperazione tra pari nelle diverse attività proposte mentre a casa esempi concreti troviamo il sistemare i giocattoli dopo averli utilizzati, apparecchiare o sparecchiare la tavola insieme (o almeno parte di essa), riordinare i propri oggetti più cari (le scarpe, i peluche etc…), aiutarsi nella preparazione quotidiana di sé insieme all’altro.

Un trucco da usare in caso di “possesso eccessivo” in famiglia è quello di istituire (o portare in casa) oggetti condivisi. Affermandolo. Per esempio: “questi cioccolatini sono di tutti”, oppure “questa piantina è di tutti e ce ne prenderemo tutti cura”.

Anche in questo caso in qualità di figure di riferimento dobbiamo essere grande esempio. In casa possiamo far vedere ai propri bambini piccoli che mamma presta le proprie cose al papà, all’altro fratellino o sorellina, in base a quelle che sono le componenti familiari. La condivisione deve essere sollecitata e potenziata sempre attraverso il buon esempio. No con la forzatura.

Un bambino che cresce in un ambiente familiare ospitale, generoso, e che ama condividere, difficilmente prolungherà la fase dell’affermazione del possesso, perché l’esempio è sempre la cosa più efficace nei primi anni di vita.

La fase del "mio"

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