fase reattiva
Giuditta Mastrototaro

Giuditta Mastrototaro

Pedagogista

Il bambino in fase reattiva: come affrontare questo momento?

Spesso ci troviamo di fronte al piangere, all’opporsi e alle urla del bambino. Il bambino è in fase reattiva.

Indice

1. Bambino in fase reattiva: cosa fare?

Non spaventiamoci, non reagiamo a nostra volta, non giudichiamo, non avvaliamo pensieri e motivazioni, osserviamo invece senza valutare, lasciamo fluire quell’istante, sicure che quel comportamento non è pienamente consapevole.

Anche quando ci sentiamo dispiaciuti per qualcosa che il bambino dice ad esempio “Sei cattiva!” cerchiamo di riconoscere le emozioni dietro le sue parole, perché non sta parlando di noi, ma dei suoi bisogni frustrati.

Quante volte anche noi grandi diciamo agli altri che sono o non sono in qualche modo, mentre in realtà stiamo solo esprimendo la nostra rabbia.

Se il bambino in fase reattiva evoca in noi sentimenti di tristezza, di dolore o di rabbia occorre fermarsi e chiedersi se stiamo cercando l’approvazione dell’essere un “bravo genitore” nel bambino.

Spesso passiamo le nostre vite a cercare di essere accettati e approvati.  Abbiamo forse imparato nella nostra infanzia che valiamo solo se l’altro ci approva, ci segue, ci obbedisce? È questo che a nostra volta vogliamo insegnare ai nostri figli? Vogliamo insegnare a rinunciare all’integrità con sé stessi, per cercare di essere giusti o sbagliati in base a cosa dicono gli altri?

2. Bambini in fase reattiva: alcune osservazioni

Nessuno è venuto al mondo per lasciarsi guidare dall’approvazione e dalla disapprovazione degli altri, ma ognuno di noi, se riesce ad ascoltarsi, sente cosa è giusto per se stesso.

Questa si chiama autostima e noi genitori siamo chiamati a non ostacolare questa propensione umana. Nasciamo con un’ottima autostima, è quello che affronteremo poi, che potrebbe far cambiare questa qualità naturale.

Ognuno nei suoi agiti, risponde ai suoi bisogni e non certo a quelli di qualcun altro. Quanto più un figlio è piccolo e tanto più può imparare a rinunciare ad ascoltarsi, per venire incontro ai suoi genitori e quindi vediamo bambini che pian piano si spengono e si chiudono in se stessi, oppure si ribellano, e maestre e insegnanti ci riportano difficoltà comportamentali.

Ecco che arriva il consiglio di punirlo di più. Proviamo a riflettere. Siamo sicuri che punire evita davvero i comportamenti indesiderati? O forse i bambini imparano a trovare il modo per evitare il nostro controllo? Imparano a mentire? Imparano a evitarci? Imparano a non avere fiducia negli adulti?

3. Per educare bisogna rinforzare comportamenti positivi ed evitare quelli negativi?

Ci è stato insegnato che se diamo attenzioni a un comportamento positivo, certo il bambino lo ripeterà e se invece ignoro un comportamento negativo, questo si estinguerà. E’ davvero così? Lo psicologo Marshall B. Rosenberg chiama queste persone, che fanno sempre quello che piace agli altri, senza curarsi di ciò di cui hanno bisogno “persone gentili e morte”.

Una pedagogia basata sull’empatia non si basa su un tipo di psicologia comportamentista nella quale si trattano i bambini come volessimo addestrarli, allontanandoli dal loro sentire.

Possiamo invece scegliere di agire avendo in mente: “Io mi fido di te, di quello che provi. Sono al tuo fianco per capire e non per giudicare”.

Possiamo non essere d’accordo con ciò che il bambino fa, ma possiamo allo stesso tempo comprendere perché lo fa.

Ad esempio: posso sentirmi irritata perché mio figlio Luca ha gettato la tazza con il latte per terra, ma allo stesso tempo posso comprenderne le sue motivazioni. Se dico: “Sei proprio dispettoso” “Non stai mai attento!” “Allora lo fai apposta?”  le mie interpretazione generano reazioni di rabbia. Se invece, mi lascio del tempo per i capire, che cosa voleva comunicarmi, potrò rispondere diversamente: “Luca se non ti piacciono i cereali puoi ridarmi la tazza per favore?”

Quando ci mettiamo nei suoi panni, possiamo scoprire che dietro i suoi comportamenti, ci sono i suoi bisogni insoddisfatti. Se ci mettiamo dalla parte di cosa sente il bambino, cambiamo prospettiva e si innesca invece un atteggiamento di comprensione, accettazione e di cura per la relazionale.

4. Bambino in fase reattiva: ulteriori considerazioni

Allora, non è Luca che mi fa arrabbiare, ma è l’interpretazione che do al comportamento di Luca che mi fa arrabbiare.

Comprendendo questo, ci libereremo delle pretese, delle accuse, delle lamentele che facciamo agli altri. La responsabilità di come ci sentiamo dipende da noi e dai nostri pensieri e spetta a noi e a nessun altro trovare il modo di sentirci meglio.

Se ci abituiamo a cercare gli aspetti positivi di ogni situazione, li troveremo e ci verrà facile anche scoprirli negli altri. Se invece ci abituiamo a guardare solo gli aspetti negativi, non mancheranno, né in noi stessi né negli altri.

Quando riusciamo a trovare dentro di noi pensieri che si armonizzano con quello che desideriamo e a prenderci cura, di ciò che sentiamo dentro, in questo equilibrio personale, siamo in grado di offrire il nostro ascolto alle persone che amiamo.

Smettiamo di voler convincere l’altro, a fare modo nostro. Esercitiamoci invece, a un profondo senso di rispetto, di fiducia e di accettazione, perché ogni cosa ha un senso e ci sta insegnando qualcosa. La fiducia ci consente di ascoltare e accogliere quell’anima luminosa che sono io e quell’anima altrettanto luminosa che è l’altro in un rapporto di rispetto reciproco ed empatia.

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