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Maria Grazia Maldarizzi

Maria Grazia Maldarizzi

Studio: perché mio figlio non è motivato?

Da cosa dipende la spinta motivazionale nello studio? Sono principalmente tre le cause all’origine: il compito, il contesto (la situazione, l’ambiente) e le caratteristiche individuali. 

Indice

1. La motivazione nello studio

La motivazione (dal latino «motus», «spinta») è un processo orientato a dirigere un soggetto verso la realizzazione di una certa attività e può variare in funzione di incentivi esterni (motivazione estrinseca), o in funzione della realizzazione di importanti obiettivi personali (motivazione intrinseca).

Per essere più chiari, la motivazione intrinseca è orientata verso un’attribuzione interna al soggetto: sono motivato a studiare perché voglio raggiungere una buona posizione lavorativa per il mio futuro; la motivazione estrinseca è invece orientata verso un’attribuzione esterna: sono motivato a studiare perché i «miei», se vado bene, mi comperano il cellulare nuovo.

Un aspetto molto importante che la ricerca ha evidenziato recentemente è che la motivazione non è un processo riferito solo alle caratteristiche individuali del singolo, ma anche alla situazione e al compito. Uno studente cioè può essere diversamente motivato a seconda dei compiti proposti e/o degli ambienti in cui si trova.

Spessissimo a scuola troviamo alunni completamente demotivati al contesto scolastico, ma motivatissimi nel contesto extra-scolastico, come accade, per esempio, nelle esperienze di alternanza scuola-lavoro.

Ciascun alunno inserito in uno specifico ambiente è necessariamente portato ad interagire con altre persone, le quali contribuiscono a modificare le sue motivazioni. È questo il caso del rapporto che gli studenti sviluppano a scuola, con insegnanti e compagni di classe, ma anche a casa con genitori e parenti.

2. I 3 fattori che motivano lo studio

Da cosa dipende dunque la spinta motivazionale di ciascuno?

Come abbiamo detto, sono principalmente tre le cause all’origine: il compito, il contesto (la situazione, l’ambiente) e le caratteristiche individuali. Mi soffermerò su queste ultime e in particolare su alcuni fattori specifici:

  1. Le credenze e le convinzioni che lo studente possiede rispetto alle sue abilità e alla sua intelligenza. Uno studente può percepire le sue abilità e la sua intelligenza come fisse e immutabili, definite alla nascita e limitatamente modificabili (teoria entitaria dell’intelligenza), oppure può percepire le proprie abilità intellettive come sviluppabili, modificabili e migliorabili appunto con lo studio (teoria incrementale dell’intelligenza).
  2. Gli obiettivi di studio. Lo studente può riconoscere obiettivi di prestazione, se lo scopo principale è quello di dimostrare le proprie conoscenze ad altri per evitare di fare una brutta figura, o obiettivi di padronanza, se lo scopo principale è quello di acquisire nuove conoscenze e competenze, indipendentemente dal riconoscimento esterno.
  3. Attribuzioni. Uno studente può attribuire la causa dei suoi successi o insuccessi a cause interne o esterne a sé. Per esempio, un alunno può attribuire le cause di un brutto voto alla difficoltà del compito, alla sfortuna, al fatto che non è riuscito a copiare (cause esterne); oppure può attribuirle al suo scarso impegno, alla scarsa attenzione o comprensione del compito (cause interne).

3. Motivazione nello studio: come agire

Come agire allora su questi fattori per migliorare gli aspetti motivazionali?

  1. Aiutare lo studente a riconoscere l’intelligenza come un costrutto modificabile e plasmabile, non come un’entità fissa e immutabile. Se non si capisce la matematica, non è detto che non la si capirà per sempre! Cambiando il contesto, la situazione e le convinzioni si potrà quasi sicuramente arrivare a capirla e probabilmente forse anche ad amarla. Ovviamente andranno messi in gioco impegno e strategie di studio appropriate.

  2. Individuare un obiettivo di padronanza e non di prestazione. La motivazione tesa a dimostrare agli altri le competenze possedute è sicuramente più debole di quella tesa a raggiungere il risultato per sé stessi.
    Se riuscire in un compito è importante unicamente per il giudizio che si riceverà dagli altri (docenti e genitori) e non tanto per il progresso che si può ricavare dalla sua esecuzione, allora la motivazione rischia di non essere efficace.
    Se l’obiettivo è di prestazione (e quindi debole), di fronte per esempio ad un insuccesso (come la prima brutta pagella al liceo o il primo esame andato male all’università) può prevalere il timore di fallimento e quindi si può tendere ad abbandonare il compito o addirittura ad evitarlo.
    Lo studente che si pone come obiettivo la sola prestazione, di fronte a compiti ardui e faticosi, tenderà ad evitare l’insuccesso rinunciando alla sfida e al relativo impegno: meglio mostrare agli altri e a me stesso che fallisco perché non studio, piuttosto che mostrare che fallisco perché non capisco.

  3. Cercare di attribuire cause interne al successo o all’insuccesso scolastico. Si pensi ancora ad un compito o ad un esame andato male: attribuire la causa del proprio insuccesso alla mancanza di impegno o di strategia di studio è funzionale all’apprendimento e invoglierà lo studente a modificare il proprio impegno e/o le proprie strategie per migliorare nella prova successiva; attribuire invece l’insuccesso alla sfortuna, o al docente o alla difficoltà del compito non aiuterà a indirizzare pro-attivamente gli sforzi dello studente.

4. Conclusioni

In conclusione, vorrei ricordare che la motivazione di tutti, anche degli studenti più difficili, può sempre migliorare. Assicurazioni generiche o parole di incoraggiamento non produrranno però cambiamento; al contrario, una combinazione di richieste adeguatamente sfidanti, compiti affrontabili con sforzi ragionevoli e assistenza nelle strategie di autoregolazione (come quelle esposte sopra) dovrebbero essere efficaci e riuscire ad aumentare la tanto agognata motivazione scolastica.

In concreto, il consiglio che mi sento di rivolgere al genitore è quello di aiutare il proprio figlio a credere, sempre e comunque, nelle proprie possibilità di miglioramento, nella piena consapevolezza che il fine ultimo dello studio non debba essere il raggiungimento di un voto, né tantomeno il compiacimento del giudizio degli altri, quanto piuttosto debba essere orientato al proprio arricchimento culturale e formativo. Da ultimo, ma non certo per importanza, vorrei consigliare gli educatori a valorizzare lo sbaglio e l’errore dei propri bambini e ragazzi aiutandoli a tollerare le frustrazioni e i fallimenti come possibili e superabili, considerandoli occasioni di crescita e opportunità.

Perché mio figlio non vuole andare a scuola e dedicarsi allo studio?

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