bambini capricciosi
Stefania Ravasi

Stefania Ravasi

Capricci: un messaggio in codice

Comprendere i loro messaggi è difficile: nanna solo nel lettone, tutto diventa “no”, pianti inconsolabili e rabbie incontenibili. In realtà, con gli strumenti che hanno a disposizione (i capricci) e il loro linguaggio segreto, i bambini stanno comunicando una difficoltà e il bisogno dell’adulto per superarla.

Indice

Ebbene sì, normalmente si utilizza il termine capriccio per intendere un comportamento non consono o, comunque, non desiderabile, esibito in una data situazione e spesso causa di frustrazione e imbarazzo nei genitori.

Il pianto disperato del bambino al supermercato, le urla incontenibili, il buttarsi a terra per strada, il non obbedire alle richieste dell’adulto, nanna solo nel lettone, tutto diventa “no”.

Comunemente i capricci sono considerati come comportamenti oppositivi, di ‘non obbedienza’. 

Ma cosa sono davvero i capricci? 

1. Capricci: un messaggio in codice

Dinanzi all’intensità di questi comportamenti, non possiamo pensare che siano solo delle disobbedienze o dei dispetti, come a volte vengono chiamati.

Il loro comportamento è troppo forte e intenso per non rappresentare qualcosa di più profondo. 

I capricci, infatti, sono un tentativo di esprimere un malessere nel qui e ora, che il bambino non riesce a gestire.

Perciò utilizza i mezzi e gli strumenti a sua disposizione, ad esempio, il pianto, gli scatti d’ira, il buttarsi a terra, per inviare richieste di aiuto al genitore, che spesso tende a mantenere un approccio razionale e a interpretare come insensati alcuni comportamenti del figlio, etichettandoli appunto come capricci.

Potremmo paragonare i capricci a una Matrioska, in cui una cosa cela e nasconde l’altra, cioè un comportamento manifesto cela un bisogno che preme e che viene comunicato all’interno di una relazione in cui i piani comunicativi sono profondamente diversi.

C’è il piano della razionalità dell’adulto e il piano dell’emotività del bambino, tra cui si crea un malinteso comunicativo. 

Se ci pensiamo, infatti, i capricci si verificano sempre quando c’è un altro interlocutore, il genitore o un adulto.

Non esiste che un bambino faccia i capricci “perché è il suo carattere”, tantomeno quando si trova da solo. 

Perché si strutturi un capriccio, è necessaria la compresenza del bambino e di un qualche adulto cui il bambino è e si sente affidato.

2. Capricci e bisogni sottintesi

I capricci sono fenomeni relazionali.

Nascono e si svolgono all’interno della relazione e mirano a modificare qualche cosa di importante in essa.

In un certo senso, i capricci sono anche sintomo della fiducia che i bambini hanno nei propri genitori di essere capaci di accogliere i segnali e comprenderli.

Il genitore è messo alla prova dal bambino nell’individuare, in quella manifestazione di disagio, il bisogno sottostante. 

Può essere che il bambino stia tentando di esprimere un bisogno fisiologico, come la fame o la stanchezza, che possono certamente comportare un malfunzionamento del cervello e sono forti generatori di stress.

Oppure un bisogno psicologico, legato alla necessità di sentirsi amato, alla ricerca di conferme dell’affetto e di attenzione in un momento di grande cambiamento, come l’arrivo della sorellina o il rientro a lavoro del genitore, dopo un periodo di vacanza in cui si è stati tanto tempo insieme.

Oppure, ancora, il bisogno di misurare la propria autonomia e le proprie capacità, per percepire se stesso come soggetto della propria vita.

Quindi concepire questi comportamenti come una matrioska e come una richiesta di aiuto, ci aiuta a comprendere che i capricci non esistono.

Piuttosto esistono dei comportamenti di difficile gestione, momenti di paura e di rabbia senza controllo, prese di posizione o ricerca del limite, in cui gli adulti sono chiamati ad accogliere, contenere, rileggere tali comportamenti guardando a questi come un tentativo di comunicazione (per quanto poco efficace) dei figli per un bisogno insoddisfatto. 

Questo sarà un ottimo modo per favorire una crescita armonica dei propri bambini.

3. Cosa fare nella pratica?

È importante consentire al bambino di riconoscersi nelle sue emozioni e vissuti di frustrazione, rabbia e tristezza, e ciò è possibile offrendo una relazione di rispecchiamento in cui il bambino possa sentirsi visto, compreso, ascoltato.

Se il genitore accoglie l’emotività che il bambino trasmette col suo comportamento nel capriccio, si sintonizza con essa e cerca di darle un senso.

Partendo dal bisogno sottostante per restituirlo al bambino in una maniera più elaborata e digeribile, il piccolo si sentirà capito, compreso, accolto, come se si fosse messo davanti a uno specchio e gli fosse restituita un’immagine più chiara e più comprensibile di quello che sta accadendo.

Se il genitore tenta di rispecchiare in modo accurato quello che vede nel suo bimbo con empatia, lui imparerà gradualmente ad apprendere la conoscenza di se stesso e degli altri, a regolare e gestire le proprie emozioni in una maniera sempre più funzionale e appartenente all’età più adulta.

Queste immagini riflesse sono delle vere e proprie bussole cognitive ed emotive che guidano i bambini nel mondo e che influenzeranno il modo in cui vedono se stessi.

In termini concreti: chi fin da piccolo è stato trattato male, penserà di non meritarsi di meglio e tenderà a mettere in atto comportamenti e atteggiamenti volti a confermare questa idea.

Viceversa, un bambino molto amato crescerà facilmente non solo avendo fiducia nell’affetto dei suoi genitori, ma anche fiducioso che pure tutti gli altri lo troveranno amabile, con effetti positivi sulla stima di sé e sulla fiducia nelle proprie capacità.

4. Conclusioni

Di fronte alle manifestazioni infantili che possono sembrarci “irragionevoli”, è necessario assumere un atteggiamento amorevole, di comprensione e tolleranza. Quindi cerca di non aggiungere la vostra rabbia a quella del bambino, anche se è difficile. 

Avvicinati, tenta un contenimento fisico abbracciandolo: il corpo è il suo canale comunicativo privilegiato. 

Cerca di cogliere e verbalizzare l’esigenza che vi sembra celata dietro ai capricci. Lo aiuterai a ri-conoscersi grazie all’immagine di sé che gli viene restituita. 

Quando il bambino ti sembra ricettivo riportagli, con voce calma e con un tono basso, il suo comportamento in maniera oggettiva (senza giudizio!).

Non dire “Sei monello, sei stato cattivo”. Dì piuttosto “Hai una fatto una cosa che non piace alla mamma/ al papà.” 

Se verbalizzerai una frase oggettiva sul comportamento, piuttosto che di giudizio sulla persona, sarà più positiva l’immagine che gli verrà restituita.

Se vuoi approfondire l’argomento e confrontarti con me e altri genitori sui capricci, ti aspetto nella community di Parentube.

Un saluto,

Dott.ssa Stefania Ravasi, psicologa

Capricci e bambini: un messaggio in codice per comunicare una difficoltà o un malessere

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