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Luigi Cirelli

Luigi Cirelli

Social Network: come proteggiamo i nostri figli?

Chi è che rispetta veramente i limiti di età di TikTok, Whatsapp, Instagram e Facebook? Si tratta di una restrizione utile? Oppure dietro al divieto si nascondono problemi più grandi?

Indice

1. Social Network per i minori di 13 anni

Spesso si leggono articoli allarmanti sui rischi connessi all’uso di social network da parti di bambini e giovani. Le questioni variano dalla dipendenza psicologica nel ricevere like e commenti ogni volta che si posta un contenuto (vedi questo interessante articolo di Vice), ai problemi di autostima legati alla rappresentazione del proprio corpo come rilevato all’interno di Meta dai Facebook Papers, per non dimenticare i rischi pedopornografici entrando in contatto con adulti sconosciuti.

Non sono qui a disquisire sulle intenzioni di chi produce le piattaforme dei social network, proprio come lo stesso Zuckerberg dice: in realtà il problema è più da porsi su cosa consideriamo importante per i nostri figli e quindi cosa consigliamo e cosa vietiamo loro. Come il frequentare persone più grandi, bere alcolici o fumare, fino all’acquisto di uno smartphone o di un videogioco.

Questo argomento tocca temi molto delicati che passano dal divieto alla condivisione (possiamo vietare di iscriversi a un social network oppure al contrario utilizzarlo insieme a loro, fino addirittura fare loro da manager per un canale Instagram o TikTok). In ogni caso, prima di dire cosa possiamo o non possiamo fare, dobbiamo prendere in considerazione cosa è consentito e cosa è vietato dalla legge per poi arrivare a conclusioni che riguardano la socialità dei nostri figli.

Molto spesso mi sono trovato di fronte a mamme e papà che mi ponevano questa domanda: “Devo comprare lo smartphone a Adam? Ha 11 anni e vuole Instagram come diversi suoi compagni di classe. Se glielo vieto lo escludo dalla socialità con amici e creo delle differenze. Ma se dico di sì lo metto in pericolo. Cosa devo fare?”

La risposta sembra sempre difficile per una serie di motivi che vi espongo di seguito.

2. Le leggi sull’uso dei Social Network

Il quadro legislativo è il primo aspetto a cui un genitore fa riferimento quanto dice ai propri figli cosa si può fare e cosa no.

Per quanto riguarda i social network c’è un problema enorme a livello legislativo che possiamo riassumere in maniera provocatoria così:

  1. Le leggi arrivano tardi quando ormai certi prodotti e servizi, completamente inediti nella storia dell’umanità, sono stati immessi sul mercato senza alcuna concezione di cosa può essere considerato lecito o meno, cosa deve essere vietato o meno. Quando qualcosa è completamente nuovo, sicuramente non c’è alcuna legge a regolarne le caratteristiche d’uso e questo è ciò che è successo dall’arrivo di Facebook (2004) e smartphone (iPhone nel 2007) in poi;
  2. C’è il problema che un social network ha la sede della propria azienda in un paese, ma i suoi utenti sono dislocati in tutto il mondo. Quali leggi si applicano a questo punto? Applico la legge italiana che prevede un’età minima di 14 anni? Applico quella europea che prevede i 16 anni derogabili a 13? Applico quella degli USA, visto che la sede dell’azienda è nella Silicon Valley?
  3. A questi due problemi si associa il terzo, non meno importante, e cioè di come viene fatto rispettare il divieto di legge a livello di sanzioni e di come incute timore nell’opinione pubblica la violazione della legge. Quanti genitori avete conosciuto con problemi legali, perché hanno figli o figlie al di sotto dei 13 anni con un canale Instagram personale?

 

La mia prima risposta alla domanda è quindi tecnica, e cioè, che la legge consente l’iscrizione al di sotto dei 13 anni solo se il genitore se ne prende la responsabilità. In teoria, però, il genitore dovrebbe sempre essere presente ogni volta che Adam utilizza Instagram.

Ma è quello che veramente succede?

Se tale circostanza è quella che avviene in ambito familiare, e cioè che Adam accede a Instagram utilizzando lo smartphone in presenza dei genitori, allora la mia risposta è sì, anche al di sotto dei 13 anni, puoi consentire ai tuoi figli di aprire un account su un social network.

Il panorama però è diverso e voi lettori sapete bene a cosa mi riferisco. Già alla scuola primaria la polizia postale svolge degli incontri presso le classi per informare di come funziona la legge italiana in merito, ma guarda caso già in quinta elementare ci sono bambini e bambine con uno smartphone e un profilo Instagram o TikTok. E i genitori non sono con loro quando utilizzano il loro account personale.

Questo può dirci che, in realtà, a livello sociale non si avverte pericolo del fatto che un ragazzo o una ragazza di 11 anni utilizzi in autonomia uno smartphone con social app e account personali.

Inoltre, dal momento che non ci sono conseguenze di fronte all’infrazione di una legge, è molto difficile che qualcuno avverta veramente il pericolo nel non rispettare tale legge. Al contempo per la polizia postale è difficilissimo far valere delle conseguenze alla trasgressione di tali leggi, poiché come si fa a dimostrare su larga scala che un/a ragazzo/a under 13 sta utilizzando un account personale su un social network senza l’approvazione/presenza dei genitori? Bisognerebbe approvare la SPID per persone di tutte le età per permettere l’accesso ai social network all’età consentita dalla legge?

Al momento non vi sono soluzioni definitive e vale quindi tanto l’educazione civica e digitale nelle scuole quanto l’educazione familiare, anche attraverso gli strumenti proposti dal Garante per l’infanzia e l’adolescenza.

3. La società

All’interno di Meta (l’azienda che gestisce e sviluppa Instagram, Facebook e WhatsApp) i problemi delle giovani generazioni e l’utilizzo delle piattaforme social sono ben conosciuti (vedi link a inizio articolo sui Facebook Papers) e la scelta di implementare un pulsante o di aggiungere/rimuovere una funzione è costantemente discusso in termini di benefici o meno di chi frequenta la piattaforma di social networking.

Con le recenti accuse inerenti i Facebook Papers, l’azienda Meta è nel fuoco incrociato di sociologi, psicologi e associazioni di categoria, oltre che di politici e filosofi.

Quello che di solito i critici non colgono è che tutti utilizzano le piattaforme di Meta, dal programmatore di Facebook alla cantante prima in classifica, dall’insegnante scolastica al papà. Tutti sanno cosa significa farsi selfie o taggare qualcuno, tutti considerano normale avere una vita attiva su un social network.
Anche chi non ha un account su Facebook e Instagram (e magari li critica pure), utilizza tutto il giorno WhatsApp (che è sempre di Meta ed è comunque un social network).

Al di là di leggi o concetti filosofici, il social networking è una delle cose del mondo che si presentano agli occhi di grandi e piccini, proprio come gli alcolici, i tabacchi e le automobili.
Ci sono tante cose al mondo e tanti divieti, ma ciò non toglie che a una certa età non sia consentito bere alcolici o fumare oppure sia obbligatorio seguire un corso e fare la patente per guidare l’auto.
Questo discorso, al momento, non si applica al social networking in quanto la concezione sociale di questo modo di comunicare non ha ancora una storia lunga come nel caso di fumo, alcol e automobili.

Mio padre mi ricordava come, quando cominciò a fumare, non era risaputo che il fumo causasse il tumore e cioè la gente non ne parlava: ci volle del tempo affinché si facesse chiarezza a riguardo e passasse nel modo di pensare comune che il “fumo uccide”.
Allo stesso modo, finché non ci saranno leggi a riguardo del social networking e la cantante preferita di mia figlia crea storie con TikTok e Insta, proprio come il cugino più grande, sarà molto difficile far valere il divieto ai minori di 13 anni. Agli occhi dei nostri figli (e anche di noi genitori) tale divieto è poco credibile, poiché così largamente diffuso a livello sociale, da chiunque, qualsiasi stipendio, colore della pelle o genere.

Proprio a questo proposito continuo a spiegare gli aspetti tecnici alla base degli attuali social network e del web (che non sono frutto di opinione o giudizi) per permettere a chiunque di decidere consapevolmente cosa fare o meno online.

3. Client-server

La quasi totalità dei servizi e siti che si utilizzano col web, sono basati sul sistema client-server. In parole semplici, il nostro dispositivo è il client che fa una richiesta di accesso al server (un computer o una rete di computer che contengono i dati e i programmi necessari per fornire agli utenti le pagine web e/o i servizi di un sito). Quando riceviamo una risposta positiva dal server riusciamo a navigare sul sito in questione altrimenti non visualizziamo il sito. Spiego ora due aspetti importanti dell’attuale mondo dei social network che la maggior parte della gente non conosce:

  • quando invio un messaggio a un amico, tale messaggio non va direttamente dal mio smartphone a quello dell’amico, bensì parte dal mio smartphone (client), passa per il server di chi possiede il social network e poi arriva allo smartphone del mio amico. Questo riguarda ogni cosa che faccio su un social network, da quando faccio un post o una storia a quando invio un emoji privato.
  • conseguenza diretta di quanto detto sopra è che, dal momento che nessuno paga gli sviluppatori di Facebook, Instagram, Twitter e TikTok ecc, tali aziende utilizzano i nostri dati di navigazione e di personalizzazione dei nostri account sul lato server (genere, età, film preferiti, gruppi di cui si fa parte, musica che si condivide ecc) o lato client (i cookies che memorizzano i siti visitati, le ricerche svolte sul web, cosa ho acquistato su uno store online ecc) per trasformarli in soldi attraverso servizi pubblicitari basati sulle nostre preferenze e gusti.

 

Quando svolgo i miei corsi di formazione, la gente rimane sempre stupita da questi meccanismi invisibili, soprattutto perché pensano che “tutto rimanga sul proprio smartphone” e non distribuito in una rete di raccolta precisissima in mano a Google, Meta, Amazon, Apple, ByteDance (lo sviluppatore di TikTok), Twitter ecc. e sfruttata/pagata dalle aziende che ci vogliono vendere i loro prodotti/servizi. Tutto quello che facciamo noi e miliardi di persone al mondo sono filtrati da server che non sappiamo nemmeno dove siano e cosa facciano dei nostri dati.

Questo aspetto ci deve preoccupare quando parliamo dei nostri figli: che banner pubblicitari compaiono nella bacheca di Adam? Cosa gli viene consigliato di vedere? Che profili di persone gli vengono consigliati dagli algoritmi del social network? Sono persone reali o bot? Sono adulti o bambini? Sono persone che lavorano per aziende che ricercano profitti o sono utenti senza interessi aziendali?

3. Conclusioni

Magari vi siete confusi nel viaggio fatto finora e non riuscite a capirne il senso, così giungo al punto.

Mamma e papà, potete comprare lo smartphone a Adam, ma sulle app da installare dobbiamo chiarirci. La legge prevede che una persona abbia 13 anni per utilizzare un social network (questo vale per Instagram, Facebook, SnapChat e TikTok, mentre WhatsApp è vietato ai minori di 16 anni in UE) e quindi la risposta è davanti ai nostri occhi: se vostro figlio non ha l’età consentita da termini e le condizioni d’uso dei social network, non deve iscriversi. Le “differenze” rispetto agli amici, sono un tema interessante da affrontare coi nostri figli, su cui dobbiamo essere informati e avere competenza (vedi per esempio i link inseriti in questo articolo). Non c’è da avere paura: essere genitori è un “lavoro tosto” e significa anche fare scelte difficili da far digerire ai nostri figli.

Ma anche se nostro figlio ha l’età adatta per iscriversi a un social (e questo discorso vale per tutti i navigatori del web), è comunque meglio che sappia cosa ci sta dietro e come funziona la piattaforma che utilizza, consapevole che l’algoritmo che gestisce il suo profilo e quello dei suoi amici e di milioni di altre persone, deve rispettare il profitto delle aziende che li produce e che tale piattaforma è utilizzata da chiunque, sia bot che persone (buone o cattive, reali o virtuali, creatori di fake news o meno).

Le leggi stanno cambiando, perché chi tutela gli interessi della popolazione comincia a pensare che non sia tutto oro quello che luccica e che ciò che è considerato normale socialmente debba essere normato. Le leggi stanno cambiando, soprattutto per noi che siamo in UE, in quanto nei prossimi mesi usciranno nuove normative (oltre all’attuale GDPR) in merito a quanto è concesso o meno ai giganti del web col Digital Services Act e il Digital Markets Act.

Queste leggi potrebbero modificare la concezione che si ha a livello sociale di cosa è lecito e cosa no nella nostra vita online e quindi andare a influenzare la nostra idea di “normalità”.

Concludo con un esempio che pongo spesso nei miei corsi.

“Suona il campanello di casa vostra. Aprite e trovate un rappresentante di un olio extravergine. Vi offre 6 bottiglie gratuitamente. Quale pensiero vi balza alla mente?” Alcuni dicono: “Prendo subito le bottiglie” altri: “lo voglio prima assaggiare”, ma la maggior parte delle persone mi risponde sempre: “Dov’è la fregatura?”

E la mia provocazione è la seguente: “E perché quando siamo online, vogliamo tutto gratis e non pensiamo alla fregatura?”

Come proteggiamo i nostri figli dai social network?

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